30 gennaio 2018

Il Pd: dieci anni ma portati male

Terni 2009, festa per Leopoldo Di Girolamo eletto sindaco

Dov’è finito il Pd? Cosa resta di ciò che dieci anni fa sembrò essere la realizzazione di un sogno? Finalmente nasceva una formazione politica, un po’ partito e un po’ movimento, che realizzava l’unità di tutte le forze popolari, moderate, democratiche e progressiste. Quell’alternativa – anche se ormai nel 2008 non era più il termine giusto – che vedeva insieme i vecchi comunisti, i Dc per i quali essere cristiani significava impegno sociale;  tanti socialisti rimasti senza partito dopo il ciclone degli anni ’90
e la reazione di alcuni tra di loro passati – addirittura – a destra. E ancora: repubblicani, radicali, ambientalisti. Quella forza politica sembrava riassumesse un po’ tutte queste correnti di pensiero.
Cos’è rimasto di quell’entusiasmo e di quella possibilità di sperare in una società più giusta: solidale, rispettosa delle libertà, impegnata a favore dei più deboli e dei dimenticati, pronta a prendere il meglio della società?
Quell’entusiasmo che portò milioni di cittadini ai gazebo delle primarie,e condusse il partito ad ottenere il 40% alle elezioni europee? In troppi si sono illusi per quel risultato elettorale.
Il Pd è diventato presto una cosa del tutto diversa. Basta guardare Terni o l’Umbria, le “cose” più vicine a noi.
Con una marcia lenta ma inesorabile presto è arrivata l’involuzione: più che le idee hanno cominciato a contare i numeri da cui discendevano incarichi e poltrone; è stato il trionfo dei capibastone, delle alleanze e degli schieramenti utilitaristici. I cittadini più che ascoltati sono stati risucchiati in un vortice di clientelismo spicciolo. Già allora, e non solo per le prossime elezioni politiche, tra i politici di vertice si è ragionato di numero di voti, di collegi, di votazioni, con circoli sempre chiusi, ma affollatissimi quando si è votato per i congressi; s’è discusso attorno ai sondaggi; si è scivolati in camarille e guerre sotterranee, con consiglieri regionali che votano opponendosi l’uno all’altro, in una sorta di competizione che ha mandato in soffitta i problemi dei cittadini, a cominciare dal diritto lavoro. dalla solidarietà, dall’impegno a favore dei più deboli.
Tutte vicende che hanno provocato spaccature e contrapposizioni nella base del partito e tra gli elettori i quali hanno risposto andando ad ingrossare le file dell’astensionismo.
E mentre i turchi sono alle porte di Costantinopoli si continua a discutere di candidature, di dimissioni di amministratori, di strategie per salvare il salvabile.
Il sentore è che il problema sia molto più grande: sono passati solo dieci anni, in fondo. Ma sembra ne siano passati almeno cento.

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